L’idea è potente perché sembra semplice: se il ciclismo usa da anni il passaporto biologico per seguire l’evoluzione dei parametri ematici, perché non costruire anche un passaporto dei watt? Non per dire che un corridore è colpevole perché ha fatto un numero enorme in salita, ma per capire se la sua curva di potenza sta cambiando in modo anomalo rispetto alla sua storia, alla sua età, al suo ruolo e al contesto di gara.
È un tema che rischia di dividere subito il pubblico. Da una parte c’è chi pensa: finalmente si guarda a quello che succede davvero sulla strada, non solo a quello che esce da una provetta. Dall’altra c’è chi vede un pericolo evidente: trasformare i watt in un tribunale automatico, dove ogni prestazione fuori scala diventa sospetto, titolo urlato e condanna preventiva.
La discussione non è più solo da bar o da forum. Il 23 giugno 2026 l’International Testing Agency ha comunicato l’avvio di uno studio biennale, insieme alla University of Kent e allo University College London, per valutare se l’analisi longitudinale dei dati di potenza dei professionisti possa diventare uno strumento di intelligence a supporto dell’antidoping. Partecipano circa 60 corridori di quattro WorldTeam e un ProTeam, con squadre come Team Picnic PostNL, Jayco AlUla, Visma-Lease a Bike, Decathlon AG2R La Mondiale e Cofidis coinvolte nel progetto. Altre formazioni hanno approvato cornici di partecipazione o sono in discussione.
Il punto chiave è questo: non si parla, almeno per ora, di usare i watt per stabilire direttamente una violazione antidoping. L’ITA descrive il progetto come studio di fattibilità e validazione scientifica. Tradotto: i dati di potenza potrebbero aiutare a scegliere controlli mirati, decidere quali campioni conservare più a lungo, indicare ulteriori analisi di laboratorio o suggerire indagini, non sostituire il sistema esistente.
Che cosa sarebbe davvero un passaporto dei watt
Un passaporto dei watt non dovrebbe essere la tabella dei migliori numeri stagionali. Quella esiste già, in modo più o meno pubblico, attraverso file caricati su piattaforme, stime di salita, analisi di preparatori e discussioni sui social. Il concetto serio è diverso: costruire nel tempo un profilo di potenza individuale del corridore e osservare come cambia.
Non interessa solo il picco da 20 minuti, ma la forma della curva: 1 minuto, 5 minuti, 20 minuti, 40 minuti, sforzi ripetuti, capacità di recuperare dopo una salita, tenuta nella terza o quarta ora di gara, differenza tra prestazioni in allenamento e prestazioni in corsa. Un corridore può migliorare, ovviamente. Può cambiare squadra, preparazione, alimentazione, materiale, ruolo tattico. Può dimagrire, crescere, maturare, trovare continuità. Ma un modello longitudinale cerca proprio di distinguere un’evoluzione plausibile da una deviazione che merita attenzione.
In questo senso il paragone con il passaporto biologico è utile, ma va maneggiato bene. Il passaporto biologico non cerca solo la sostanza vietata nel giorno del controllo: osserva l’andamento nel tempo di variabili biologiche e segnala profili che possono essere incompatibili con una normale fisiologia. Un passaporto dei watt farebbe qualcosa di simile sul piano prestativo, ma con una differenza enorme: i watt non sono un parametro biologico puro. Sono il risultato finale di corpo, bici, contesto, strategia e misurazione.
Perché l’idea affascina
Il ciclismo moderno è già uno sport di dati. I corridori si allenano con il wattmetro, le squadre costruiscono piani gara sui numeri, i preparatori osservano carico, recupero e intensità, i tifosi discutono di watt/kg come una volta discutevano di rapporti e vento. Fingere che i dati di potenza non esistano sarebbe ridicolo. Esistono, sono centrali e in molti casi raccontano meglio di qualsiasi impressione visiva cosa sta accadendo.
Il fascino del passaporto dei watt nasce da tre idee. La prima: una prestazione sospetta spesso si vede prima sulla strada che in laboratorio. La seconda: il singolo controllo può mancare il momento giusto, mentre un profilo longitudinale segue l’atleta nel tempo. La terza: i dati di potenza potrebbero aiutare a usare meglio le risorse antidoping, concentrando test e analisi dove emergono segnali più forti.
In teoria è un approccio intelligente. Non sostituisce il controllo classico, ma lo rende più mirato. Se un corridore cambia improvvisamente livello in modo non spiegabile, se migliora in più durate contemporaneamente, se recupera da sforzi ripetuti in modo fuori scala rispetto alla sua storia, un sistema può accendere una luce. Non una condanna. Una luce.
Dove iniziano i problemi
Il primo problema è tecnico: non tutti i dati di potenza sono uguali. Due misuratori possono dare valori diversi, la calibrazione può cambiare, la temperatura può incidere, il punto di misurazione non è sempre lo stesso, il cambio bici può introdurre rumore. Chi usa i watt ogni giorno lo sa: anche per un amatore, interpretare un file richiede prudenza. Nel professionismo la precisione deve essere molto più alta, perché un errore non crea solo un allenamento sbagliato: può creare un sospetto.
Il secondo problema è il contesto. Un numero ottenuto in fuga non vale come lo stesso numero prodotto dopo tre ore in gruppo. Una salita fatta a ruota non è uguale a una salita tirata davanti. Il vento, la quota, il caldo, il fondo stradale, il rifornimento, il ruolo di squadra, la posizione aerodinamica, il peso reale del giorno e persino la tattica possono cambiare completamente la lettura del dato. È il motivo per cui i watt/kg sono utili, ma possono ingannare se vengono isolati dal resto.
Il terzo problema è fisiologico. I corridori non migliorano in modo lineare. Un giovane può fare un salto enorme tra 21 e 24 anni. Un atleta che cambia alimentazione in gara può tenere potenze più alte nella parte finale senza essere “nuovo” dal punto di vista del motore. Un corridore che finalmente trova continuità dopo infortuni può sembrare esploso all’improvviso. Un altro può cambiare specializzazione: meno sprint, più salita; meno massa, più resistenza. Il modello dovrebbe saper distinguere progresso, maturazione e anomalia.
Il rischio più grande: il processo pubblico
Il vero rischio non è che un algoritmo aiuti un ente antidoping a decidere dove controllare. Il vero rischio è che i dati diventino spettacolo. Se il passaporto dei watt venisse letto come una classifica pubblica dei sospetti, sarebbe un disastro. Ogni grande prestazione verrebbe trasformata in un caso, ogni miglioramento in un’accusa, ogni salita in un’aula di tribunale.
Il ciclismo conosce già questo problema. La memoria storica del doping rende il pubblico sensibile, a volte giustamente diffidente, a volte troppo rapido nel giudicare. Ma un sistema serio non può funzionare con la logica del “ha fatto troppi watt, quindi qualcosa non torna”. Le prestazioni vanno analizzate, non lanciate in pasto al commento istantaneo.
Per questo il passaporto dei watt, se un giorno dovesse diventare operativo, dovrebbe essere riservato, regolato e protetto. Non un sito dove vedere chi è “rosso”, “giallo” o “verde”. Non una dashboard per tifosi. Non un sistema per screditare il vincitore del giorno. Uno strumento tecnico, usato da persone competenti, con diritto di spiegazione, revisione e contraddittorio.
Come potrebbe funzionare senza diventare pericoloso
Una versione credibile dovrebbe rispettare alcune condizioni. La prima è la standardizzazione: dispositivi tracciati, calibrazioni documentate, metadati completi, procedure chiare quando si cambia bici o misuratore. Senza questo, il rumore tecnico diventa troppo alto.
La seconda è la contestualizzazione. Il dato grezzo non basta. Bisogna sapere se il corridore era in fuga, in gruppo, a ruota, davanti, in altura, con caldo estremo, su strada veloce, dopo caduta, dopo malattia, in un blocco di gare ravvicinate. Il numero deve essere letto dentro la corsa, non fuori.
La terza è la gradualità. Un alert non dovrebbe significare sanzione. Dovrebbe significare: guardiamo meglio. Magari con un controllo mirato, una conservazione del campione, un confronto con dati precedenti, un esame del contesto. L’ITA stessa parla di strumento supplementare di intelligence, non di prova diretta. È la parte più importante di tutto il discorso.
La quarta è la tutela dei dati. I file di potenza sono informazioni sensibili: raccontano forma, debolezze, preparazione, strategia e valore competitivo. Per una squadra sono patrimonio tecnico. Per un atleta sono dati personali e professionali. Non possono essere trattati come screenshot da social. Servono regole su accesso, conservazione, uso, cancellazione e diritto dell’atleta a sapere cosa viene raccolto.
La domanda scomoda: i corridori dovrebbero accettarlo?
Qui la discussione diventa interessante. Da un lato, un atleta pulito potrebbe vedere il passaporto dei watt come una protezione: se il sistema è serio, aiuta a difendere la credibilità del gruppo e a individuare deviazioni prima che diventino scandalo. Dall’altro, è comprensibile che un corridore sia diffidente. Perché consegnare dati così importanti? Chi li vede? Per quanto tempo? Possono essere usati contro di me fuori dal contesto? Possono finire nelle mani sbagliate? Possono diventare pressione mediatica?
La risposta non può essere “fidati e basta”. Serve un patto chiaro. Se il ciclismo vuole usare i dati di potenza per rafforzare l’antidoping, deve offrire garanzie altrettanto forti: indipendenza scientifica, protezione legale, trasparenza metodologica, revisione esterna e limiti netti all’uso pubblico. Altrimenti il sistema rischia di essere percepito non come tutela, ma come sorveglianza.
Che cosa cambia per chi guarda le corse
Per il pubblico, il passaporto dei watt potrebbe essere una buona occasione per maturare. Guardare una prestazione eccezionale non significa spegnere il senso critico, ma nemmeno trasformare ogni numero alto in una sentenza. Un conto è dire: questa prestazione merita analisi. Un altro è dire: questa prestazione prova qualcosa. Sono due frasi molto diverse.
Il ciclismo moderno produce numeri impressionanti anche per motivi reali: alimentazione in gara molto più aggressiva, aerodinamica, materiali, allenamento polarizzato, gestione del caldo, altura, preparazione sempre più scientifica. Questo non rende ogni prestazione automaticamente credibile, ma impedisce anche scorciatoie semplicistiche. Il dato va discusso, non venerato e non bruciato.
Il punto non è smettere di parlare di watt. Al contrario: bisogna parlarne meglio. Sapere che cosa misura un wattmetro, cosa significa una FTP, perché una salita di 20 minuti non racconta tutto, come leggere la fatica accumulata, perché la potenza normalizzata o la curva di potenza possono dire più della media secca. Più cultura del dato significa meno caccia alle streghe e più discussione vera.
La posizione più ragionevole
Un passaporto dei watt può avere senso. Ma solo se resta uno strumento di supporto, non una ghigliottina numerica. Può aiutare a indirizzare controlli, conservare campioni, aprire approfondimenti, leggere meglio evoluzioni improvvise. Non può sostituire analisi biologiche, indagini, controlli e garanzie procedurali.
La direzione scelta dall’ITA, almeno nella forma descritta oggi, sembra prudente: studio pilota, validazione, volontarietà, attenzione ai modelli e ai limiti. È il modo giusto di iniziare. La parte difficile verrà dopo, se il progetto dimostrerà di funzionare: decidere quanto renderlo operativo, con quali regole, con quali tutele e con quale rapporto tra trasparenza e privacy.
La domanda finale, quindi, non è se i watt debbano entrare nell’antidoping. In parte ci sono già, almeno come contesto. La domanda vera è un’altra: il ciclismo è abbastanza maturo da usare i dati di potenza come strumento tecnico e non come arma retorica? Se la risposta sarà sì, il passaporto dei watt potrà diventare un passo avanti. Se la risposta sarà no, rischierà di aggiungere sospetto a uno sport che ha bisogno di controlli più intelligenti, ma anche di discussioni più oneste.
Fonti: International Testing Agency, WADA – Athlete Biological Passport.