La VLaMax nel ciclismo stima quanto rapidamente il sistema glicolitico riesce a produrre energia durante uno sforzo massimale. È una misura usata soprattutto nei test avanzati per distinguere il profilo di uno sprinter da quello di un passista o di uno scalatore. Un nuovo studio su ciclisti élite della pista, pubblicato il 29 agosto 2026, suggerisce però che i protocolli tradizionali possano sottostimare il vero picco: la massima velocità di accumulo del lattato è stata raggiunta mediamente dopo circa 9 secondi, prima della fine del consueto sprint di 12-15 secondi.
| Domanda | Risposta breve |
|---|---|
| Cos’è la VLaMax? | Un indicatore della massima velocità di accumulo del lattato, espresso in mmol/L/s. |
| Come si misura? | Con uno sprint massimale standardizzato e prelievi capillari di lattato prima e dopo lo sforzo. |
| Cosa indica il nuovo studio? | Il picco glicolitico è comparso mediamente a 9,1 secondi; una finestra di circa 10 secondi potrebbe essere più rappresentativa. |
| Si può stimare a casa? | No in modo affidabile: servono protocollo, lattatometro, campionamento corretto e condizioni ripetibili. |
Cos’è la VLaMax e perché interessa ai ciclisti
VLaMax significa maximal lactate accumulation rate, cioè massima velocità di accumulo del lattato. Il valore viene usato come indicatore pratico della potenza glicolitica: in parole semplici, descrive quanto rapidamente l’organismo riesce ad attivare la produzione anaerobica di energia quando la richiesta diventa molto elevata.
Non è un doppione della VO2max. La VO2max riguarda la massima capacità di utilizzare ossigeno; la VLaMax prova invece a descrivere il lato glicolitico del motore. Due ciclisti con una potenza aerobica simile possono avere comportamenti molto diversi: uno può produrre accelerazioni violente e accumulare lattato rapidamente, l’altro sostenere meglio uno sforzo lungo e regolare.
Un valore elevato non è quindi automaticamente migliore. Può essere coerente con sprint, pista, BMX o gare ricche di rilanci, ma può aumentare il consumo di carboidrati e rendere meno economico il lavoro prolungato vicino alla soglia. Un valore più basso può favorire le prestazioni endurance, ma ridurre la capacità di produrre picchi esplosivi. Il dato ha senso soltanto insieme a potenza, durata di gara, VO2max, soglie e obiettivi dell’atleta.
Come funziona il test VLaMax nel ciclismo
Il protocollo classico prevede uno sprint massimale molto breve su cicloergometro, generalmente compreso tra 10 e 15 secondi. Si misura il lattato ematico prima dello sforzo e più volte nella fase successiva, quando la concentrazione nel sangue raggiunge il proprio massimo. Dal cambiamento della concentrazione viene sottratta una fase iniziale considerata prevalentemente alattacida, sostenuta soprattutto dalla fosfocreatina.
In forma semplificata, il calcolo divide l’aumento netto del lattato per il tempo effettivo attribuito alla glicolisi. Proprio qui nasce una parte del problema: la durata della fase alattacida non è identica per tutti e uno scarto di appena un secondo può cambiare sensibilmente il risultato. Anche durata dello sprint, cadenza, rapporto utilizzato, tipo di ergometro, riscaldamento, alimentazione e tempi dei prelievi devono restare standardizzati.
Per questo non basta eseguire uno sprint sui rulli e osservare il picco di potenza. Un test attendibile richiede competenza nel campionamento, uno strumento calibrato e la possibilità di ripetere le stesse condizioni. La VLaMax non dovrebbe essere ricavata da una formula online basata unicamente su FTP e watt di sprint.
Cosa ha trovato il nuovo studio del 2026
La ricerca di Katharina Dunst e Benedikt Meixner ha coinvolto 17 ciclisti élite della pista, 14 uomini e 3 donne. Gli atleti hanno eseguito sprint massimali isocinetici di 12 e 60 secondi a cadenza fissa. I ricercatori hanno combinato potenza, scambio dei gas, spettroscopia nel vicino infrarosso e lattato ematico per ricostruire secondo per secondo il contributo dei sistemi energetici.
La velocità di accumulo del lattato ha raggiunto il massimo dopo 9,1 ± 1,4 secondi. Il metodo tradizionale basato su una media ha prodotto un valore di 0,82 ± 0,17 mmol/L/s, mentre la ricostruzione temporale ha stimato 0,91 ± 0,18 mmol/L/s: una differenza vicina al 10%. Allungando la finestra oltre il picco, la fase di calo viene inclusa nella media e abbassa il dato finale.

Gli autori propongono quindi una durata attorno ai 9-10 secondi come compromesso fisiologicamente più sensato per il test nel ciclismo d’élite. Non significa che ogni laboratorio debba cambiare immediatamente protocollo. Il nuovo metodo contiene assunzioni di modellazione, il campione è piccolo e composto da pistard élite; inoltre il valore ricostruito deve ancora essere confrontato con misure indipendenti più dirette.

Test da 10 o 15 secondi: cosa cambia davvero
La conseguenza pratica più importante è la comparabilità. Un risultato ottenuto con uno sprint da 10 secondi non può essere confrontato superficialmente con uno calcolato su 15 secondi. Il numero dipende dal metodo, non soltanto dalla fisiologia dell’atleta. Lo stesso vale quando cambiano cadenza, resistenza iniziale o criterio usato per sottrarre il contributo alattacido.
Chi possiede già una serie storica dovrebbe evitare di abbandonare il vecchio protocollo senza una fase di sovrapposizione. È più utile eseguire, nello stesso periodo, misure comparabili e annotare ogni dettaglio. Un apparente aumento o calo della VLaMax potrebbe altrimenti dipendere soltanto dalla procedura.
VLaMax alta o bassa: come interpretarla
- Profilo esplosivo: una VLaMax relativamente alta può accompagnare grande potenza nei 10-60 secondi e capacità di rispondere ai rilanci.
- Profilo endurance: una VLaMax più contenuta può essere compatibile con migliore economia negli sforzi prolungati e minore pressione glicolitica a pari intensità.
- Obiettivo gara: criterium, pista e finali esplosivi richiedono qualità diverse rispetto a cronometro, granfondo e lunghe salite.
- Contesto completo: il valore va letto insieme a curva del lattato e soglie, VO2max, potenza critica e profilo di fatica.
Non esiste quindi un valore ideale universale. Anche voler “abbassare la VLaMax” a tutti i costi può essere un errore: un ciclista potrebbe migliorare l’efficienza nelle prove lunghe ma perdere la capacità di chiudere un attacco o superare uno strappo. La programmazione deve partire dalle richieste reali della disciplina.
Come si allena il profilo glicolitico
La VLaMax non è un interruttore isolato. Sprint massimali, partenze da bassa velocità, recuperi lunghi e lavori di forza-potenza tendono a stimolare il lato esplosivo. Volumi aerobici consistenti, lavoro sotto soglia e sedute prolungate possono spostare l’adattamento verso un profilo più ossidativo. Ma il risultato dipende dal livello iniziale, dalla distribuzione complessiva del carico e dalla nutrizione.
Per chi vuole migliorare lo sprint, una base utile resta il lavoro neuromuscolare ben recuperato descritto nella guida agli sprint nel ciclismo. Per un granfondista, invece, il punto non è inseguire il numero più basso possibile, ma mantenere abbastanza potenza anaerobica senza compromettere soglia, durata e capacità di utilizzare i carboidrati.
Il limite da ricordare
Lo studio appena pubblicato migliora la comprensione del test, ma non trasforma la VLaMax in una misura perfetta. Il lattato rilevato nel sangue è un indicatore indiretto del flusso glicolitico muscolare; una parte del piruvato viene ossidata e il passaggio dal muscolo al sangue richiede tempo. La ricostruzione proposta è promettente proprio perché segue l’andamento nel tempo, ma deve essere validata ulteriormente.
La conclusione più solida, oggi, è pratica: quando si parla di VLaMax bisogna sempre dichiarare il protocollo. Il valore senza durata dello sprint, modalità del test e metodo di calcolo è molto meno informativo di quanto sembri.