La tappa 19 del Giro d’Italia 2026 ha avuto due volti italiani molto diversi: Giulio Ciccone e Giulio Pellizzari. Il primo ha sfiorato la vittoria nel tappone dolomitico, ha acceso la corsa e ha trasformato la giornata in una battaglia di montagna vera. Il secondo ha corso dentro la fuga giusta, ha lavorato, ha resistito e ha aggiunto un altro tassello al suo Giro di crescita, meno appariscente nel risultato finale ma comunque importante per leggere il suo percorso.
Il risultato nudo dice che Ciccone ha chiuso terzo ad Alleghe/Piani di Pezzè, dietro Sepp Kuss e Derek Gee. Pellizzari non è entrato nella top 10 di giornata, ma è stato dentro la parte viva della corsa, in una fuga nata sul Passo Duran e diventata progressivamente una selezione tra scalatori veri. Se si guarda solo l’ordine d’arrivo, sembra una giornata quasi semplice da archiviare. Se si guarda come è stata corsa, racconta molto di entrambi.
Ciccone: attacco, punti e rimpianto
Giulio Ciccone ha corso da protagonista. Ha cercato punti per la classifica della montagna, è stato presente nei passaggi chiave e ha provato a giocarsi la vittoria con un’azione coraggiosa prima dell’ultima salita. La scelta tattica era chiara: anticipare gli uomini più pericolosi, sfruttare il tratto dopo il Falzarego e arrivare ai piedi dei Piani di Pezzè con un margine sufficiente per resistere.
Per diversi minuti il piano è sembrato funzionare. Ciccone aveva un vantaggio importante e dietro il gruppo degli inseguitori non era perfettamente lineare. In una tappa da 151 km e quasi 5.000 metri di dislivello, un minuto può essere enorme se chi insegue ha già speso tanto. Il problema è che Kuss, nel finale, ha trovato una salita di altissimo livello. Lo statunitense ha ridotto il distacco con freddezza, ha raggiunto Ciccone e lo ha lasciato lì, trasformando il sogno italiano in un podio amaro.
La prestazione di Ciccone resta forte, ma proprio per questo lascia più rimpianto. Non è arrivato terzo per caso: ha corso davanti, ha fatto la corsa, ha cercato di vincere. Il punto è che in una tappa così il confine tra capolavoro e occasione persa è sottilissimo. Se Kuss avesse esitato qualche minuto in più, o se dietro la collaborazione fosse stata meno efficace, oggi parleremmo di una delle vittorie italiane più belle del Giro. Invece resta una prova di carattere con il sapore del quasi.
Il caso Rubio e la tensione della montagna
La giornata di Ciccone ha avuto anche una coda nervosa, con tensione attorno alla gestione dei punti e dei traguardi intermedi. In una tappa con Cima Coppi, classifica GPM e corridori in fuga con obiettivi diversi, questi episodi non sono dettagli folkloristici: spiegano quanto fosse complicato leggere la corsa. Chi corre per la tappa, chi per la montagna, chi per la generale e chi per aiutare un compagno può trovarsi nello stesso gruppetto ma non nella stessa gara.
È qui che Ciccone divide sempre. Da una parte è uno dei pochi italiani capaci di rendere una tappa viva, di attaccare, di prendersi responsabilità e di non correre da comparsa. Dall’altra, quando la corsa si fa caotica, la sua generosità agonistica può diventare un’arma a doppio taglio. Oggi ha dato spettacolo, ha preso punti pesanti e ha sfiorato il colpo. Ma il fatto che la discussione post tappa sia così accesa dice anche che la sua corsa non è stata solo lineare: è stata intensa, nervosa, piena di decisioni al limite.
Pellizzari: meno luce, ma una risposta importante
Giulio Pellizzari arrivava a questa tappa con un peso diverso. Dopo la crisi di Carì e una classifica ormai cambiata, non doveva più difendere un sogno di alta generale a ogni costo. Doveva soprattutto dare un segnale: a se stesso, alla Red Bull-Bora-hansgrohe e a chi lo sta osservando come il giovane italiano più interessante per le corse a tappe. Entrare nella fuga del tappone non è una cosa banale. Farlo dopo giorni difficili lo è ancora meno.
La sua corsa non è stata quella del vincitore mancato. È stata più sporca, più utile, più da corridore in costruzione. Pellizzari è stato presente nella selezione buona, ha seguito quando il livello si è alzato e ha dato una mano nel momento in cui la fuga cercava di trasformarsi in qualcosa di serio. Non sempre queste prestazioni finiscono in una classifica brillante, ma in un grande giro contano: sono le giornate in cui un giovane impara a stare dentro una corsa enorme anche quando non è più protetto dalla narrativa della sorpresa.
Due Giulio, due momenti diversi
Ciccone e Pellizzari sono due corridori diversissimi. Ciccone è già formato, istintivo, emotivo, capace di accendere una tappa e di prendersi rischi enormi. Pellizzari è ancora dentro una fase di costruzione: ha il talento dello scalatore, ma sta imparando peso, tempi e crudeltà di un grande giro corso ad altissimo livello. La tappa di Alleghe li ha messi nello stesso scenario ma con significati opposti.
Per Ciccone il tema è il risultato: quando sei così vicino a vincere il tappone del Giro, il terzo posto non può bastare del tutto. Per Pellizzari il tema è la traiettoria: dopo una botta in classifica, rispondere entrando nella fuga giusta e restando dentro la corsa è un segnale da non sottovalutare. Uno cerca la vittoria che avrebbe dato un altro peso al suo Giro; l’altro cerca continuità, esperienza e un modo più maturo di stare al livello dei migliori.
Perché questo articolo conta anche oltre Alleghe
Il ciclismo italiano ha bisogno di risultati, ma ha anche bisogno di corridori riconoscibili. Ciccone lo è da anni: quando entra in fuga, la tappa cambia temperatura. Pellizzari lo sta diventando: non ancora per continuità assoluta, ma per la sensazione che nelle giornate di montagna possa sempre succedere qualcosa. Il tappone di Alleghe non consegna una vittoria italiana, ma consegna due storie da seguire.
Domani Piancavallo dirà se questa giornata resterà solo un grande rimpianto per Ciccone e una buona risposta per Pellizzari, oppure se diventerà il primo atto di un finale ancora più italiano. Per ora resta una certezza: nella tappa più dura del Giro 2026, i due Giulio non sono stati spettatori.
Per il risultato completo della giornata leggi anche: Kuss vince il tappone di Alleghe, Vingegaard resta in rosa.