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Pellizzari spiega l’attacco con Vingegaard al Giro: «Non potevo non seguirlo»

Giulio Pellizzari racconta perché seguì Vingegaard al Blockhaus, quanto resistette alla sua ruota e cosa imparò da quell’azione al Giro 2026.

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Giulio Pellizzari racconta l’attacco con Vingegaard al Giro 2026

Giulio Pellizzari ha raccontato come nacque l’inseguimento a Jonas Vingegaard nella settima tappa del Giro d’Italia 2026. Non fu un ordine improvviso dall’ammiraglia: Red Bull-Bora aveva discusso lo scenario il giorno precedente e gli aveva lasciato la libertà di decidere. Quando il danese accelerò, Pellizzari scelse d’istinto.

È uno dei passaggi più interessanti della lunga intervista concessa a TriCiclo Podcast. Il giovane italiano ripercorre il Giro condizionato da un virus intestinale, le ambizioni di podio e quell’azione al Blockhaus che prima lo portò alla ruota del grande favorito e poi gli presentò un conto durissimo.

Perché Pellizzari seguì Vingegaard

La risposta parte da una precisazione tattica. La squadra aveva previsto che Vingegaard potesse muoversi e ne aveva parlato con Pellizzari. La decisione finale, però, spettava al corridore. «Non potevo non provarci», spiega nell’intervista.

Quando Vingegaard partì, Pellizzari reagì quasi senza elaborare il rischio. In mezzo ai due rimase inizialmente un altro corridore; una volta chiuso il distacco, l’italiano ricorda soprattutto la scarica di adrenalina provata nel ritrovarsi alla ruota del danese. È il punto in cui la lettura tattica lascia spazio all’istinto: per un giovane che vuole misurarsi con il vertice, lasciar andare quell’attacco senza provare sarebbe stato quasi contrario alla propria natura.

La scena appartiene alla tappa 7 del Giro 2026, quella dominata da Vingegaard sul Blockhaus. Nell’immediato poteva sembrare il gesto di chi aveva trovato la giornata perfetta. Pellizzari racconta invece quanto rapidamente cambiò la situazione.

Cinque minuti alla ruota, poi il crollo improvviso

Il dettaglio più significativo non è soltanto che Pellizzari riuscì a seguire Vingegaard, ma come perse contatto. Dice di essere rimasto con lui per circa cinque minuti. Fino al quarto minuto sentiva di poter tenere il ritmo; poi, nel giro di pochi secondi, le gambe cedettero completamente.

A rendere misurabile quel fuorigiri è il dato condiviso dallo stesso Pellizzari: nell’inseguimento produsse 570 watt per un minuto, dopo circa mezz’ora di salita e con ancora una quindicina di minuti da affrontare. Il suo miglior valore sul minuto è di 625 watt, ma ottenuto in uno sforzo secco. Il confronto spiega quanto fosse eccezionale, e costosa, quella risposta in piena tappa.

Quell’esperienza gli fece conoscere un livello di sforzo mai raggiunto prima. Non un calo progressivo, leggibile e gestibile, ma un passaggio netto dalla sensazione di controllo all’esaurimento. Dopo aver perso la ruota, arrivare al traguardo diventò una prova nella prova.

È anche la ragione per cui, a mente fredda, Pellizzari non trasforma l’azione in un racconto soltanto romantico. Rispetto all’obiettivo del podio la definisce persino «un’azione stupida»: aveva speso tutto per rispondere al corridore più forte, pagando poi uno sforzo che poteva compromettere la propria corsa.

Un errore che vale più di una corsa conservativa

La contraddizione rende il racconto interessante. Tatticamente Pellizzari riconosce il costo della scelta; sportivamente, però, proprio quel tentativo gli ha fornito una misura che nessun dato pre-gara avrebbe potuto restituire. Ha scoperto di poter agganciare Vingegaard, di restare con lui per alcuni minuti e anche dove si trova il limite oltre il quale il corpo smette di negoziare.

Per un corridore già chiamato a gestire aspettative importanti, il rischio sarà trovare un equilibrio tra questa aggressività e la lucidità necessaria per una classifica di tre settimane. Al Giro 2026 un problema intestinale e una condizione lontana da quella immaginata alla partenza hanno complicato il quadro. Pellizzari riferisce di aver discusso con alcuni medici la possibilità che il fuorigiri abbia favorito l’emergere di un virus già presente, ma precisa che il collegamento non è dimostrabile. L’azione del Blockhaus non può quindi essere letta come un test pulito dei valori assoluti, ma resta una fotografia precisa del suo carattere.

La stessa corsa avrebbe poi mostrato giornate molto più difficili, quando ci si chiedeva se la sua fosse una crisi vera o una singola giornata storta. Nell’intervista emerge una risposta meno semplice: il Giro non è andato come sperava, ma gli ha consegnato esperienze che difficilmente avrebbe ottenuto correndo sempre sulla difensiva.

L’intervista completa a Giulio Pellizzari

Nel video Pellizzari parla anche del virus, delle aspettative con cui era partito, del rapporto con la squadra e delle lezioni ricavate da un Giro molto diverso da quello preparato.

Fonte: intervista di TriCiclo Podcast a Giulio Pellizzari, pubblicata il 16 luglio 2026.